Analfabetismo sociale di ritorno? No grazie!
Urge conoscere la differenza tra ‘Software sociale’ e ‘Hardware sociale’
Mentre pochissimi tra noi si stanno godendo gli ultimi scampoli d’una civiltà occidentale malata e pronta a defungere sulle ali dell’attuale intemperanza finanziaria speculativa, siamo circa 7 miliardi di singoli individui che soffrono le pene di un inferno originato purtroppo, volendo essere oggettivi, dal nostro conclamato, schizofrenico e bisecolare analfabetismo sociale di ritorno. Per inciso, l’uso del termine analfabetismo sociale di ritorno non vuol essere offensivo per nessuno: anzi, guarirà le inevitabili illusioni che ognuno di noi ha accumulato e, spesso inconsapevole, vive. Perché bisecolare? Perché l’orologio dell’Evoluzione sociale – che nei circa 2.500 anni dalla Civiltà greca a.C. fino alla Rivoluzione francese del 1789-92 d.C. aveva stabilmente portato avanti in senso orario le sue lancette a vantaggio di tutta l’umanità – subisce una battuta d’arresto proprio nel punto più alto raggiunto. E sùbito inizia in senso inverso, antiorario, un accelerato percorso involutivo. Se fino ad allora si era compiuto un grandioso processo di alfabetizzazione sociale del singolo individuo, da quel momento ne comincia l’ottenebramento, tutt’ora in corso, a vantaggio dei gruppi organizzati. Vuoi sotto forma di popoli, vuoi di gruppi politici o economici o culturali, pur competendo ferocemente per la conquista del potere globale in tutte e tre le aree sociali (cultura/diritto/economia) si trovano completamente d’accordo su di un unico punto: per tutti il singolo individuo è il pericolo numero 1, il male assoluto.
Per controllarlo, neutralizzarlo e guidarlo deve cessare la sua alfabetizzazione sociale reale, ma senza che se ne accorga. Anzi: facendogli credere che solo grazie all’appartenenza ad uno dei gruppi organizzati (economici, politici, culturali) e solo sotto la loro guida illuminata avrebbe potuto tenere a freno la sua malèfica e insopprimibile carica egoistica antisociale.
Contro questo opinabile dogma, solo en passant, potremmo lecitamente ipotizzare: ma non può essere proprio l’individualità, evolutivamente parlando, il mezzo affinché la trascendenza universale giunga a diventare umana immanenza, cosciente e responsabile?
In ogni caso: che bravi questi gruppi organizzati, che generosi! Che buoni, che altruisti! Però solo a parole: ovunque i fatti concreti, a due secoli e passa di distanza, li smentiscono in toto.
Oggi, mentre dai media prorompe continuo l’anatema contro l’egoismo del singolo individuo, si vede come l’egoismo antisociale dei gruppi organizzati, il quotidiano conflitto di interessi, sia diventato il problema principale per la nostra sopravvivenza economico-giuridico-culturale.
Nel contempo si osserva come il negativo progredire dell’analfabetismo sociale di ritorno del singolo individuo si vada sempre più schizofrenicamente definendo. Infatti, a fronte delle paralizzanti accuse mosse ad un inafferrabile ‘sistema’ – che per lo più si ritiene immodificabile o che si mitizza come il migliore possibile che mai l’umanità abbia avuto – lo dimostra la convulsa aspettativa generale di una risoluzione delle attuali questioni sociali attraverso la “bacchetta magica” degli algoritmi finanziari speculativi; delle agonizzanti ideologie politiche ottocentesche ancora oggetto principale nei talk-show di tutto il mondo; delle consunte e cadaveriche tensioni ideali nelle attuali correnti materialistico-spirituali più in voga.
E se non incanta la ” bacchetta magica” di moderno Harry Potter sociale? No problem. In tutto il mondo, non solo in Italia, dietro l’angolo c’è “l’uomo del destino”: l’avvocato, lo studente, il politico, l’imbianchino, il colonnello, il giornalista, il medico, la spia, l’economista, il professore, il venditore di spot televisivi, il luminare, il carnefice, il guru. Quanti di noi in questi due ultimi secoli, almeno una volta, non si sono detti che forse lui avrebbe risolto tutti i nostri problemi? Sbagliando, certamente, perché dietro l’uomo del destino c’è sempre, in predatorio agguato per i suoi seguaci, un tremendo florilegio di amarissime illusioni e di scottanti delusioni.
E ai sognatori del sociale, che guardano solo al passato e non osservano l’oggi, non voglio additare cosa siano stati i vari uomini del destino (russi, cinesi, spagnoli, americani, tedeschi, italiani, turchi, cambogiani ecc) e cosa abbiano comportato, ognuno, per i singoli individui delle loro rispettive popolazioni. No. Voglio indicare quelli attuali, superesaltati dai media: i vari Zapatero, Sarkozy, Merkel, Berlusconi, Cameron, Putin e compagnia cantando… per culminare nel più telegenicamente sexy di tutti: Barack Hussein Obama. Ricordate i mediatici peana inneggianti al salvatore del mondo nel momento della sua satellitare elezione, markettizzata urbi et orbi? Rammentate i messianici “Obama, Obama nell’alto dei cieli?” Emozionanti, vero? Ma nei fatti concreti anche il primo uomo di colore nel ruolo di Presidente americano si è rivelato, come tutti gli altri, impotente: persino a gestire una fuga di petrolio in mare o un piano sanitario nazionale. L’unica cosa positiva, per così dire, raccolta dal suo palmares sociale è stata l’inaspettata attribuzione del premio Nobel per la Pace: finissima ironia del destino.
Solo appellandosi alla ‘prevenzione’, infatti, si poteva premiare un leader politico sempre più invischiato, in sèguito, in una pantagruelica indigestione di vecchi (Iraq, Afganistan) e nuovi (Iran? Corea del Nord? Cina?) teatri di guerra che oggi – nella montante ipocrisia linguistica del geo-politically correct – si definiscono tout court ‘missioni di pace umanitarie’.
Lo registriamo, ma non ci si deve tuttavia moralisticamente scandalizzare di ciò nell’epoca della comunicazione mediatica, della manipolazione televisiva: nell’epoca del pensiero che distillato dal marketing pubblicitario diventa mero slogan, ovvero frase fatta… vuota di pensiero.
Com’è avvenuto che un uomo, nel ruolo di Presidente del più potente Stato del globo, un classico uomo del destino, si rivelasse impotente non solo per il mondo, ma anche per il suo stesso Paese? Approfondendo, l’analisi della realtà ci porterà a riconoscere una precisa dinamica circolare negativa tra habitat sociale e uomo – inteso come singolo individuo e non uomo nel ruolo di Presidente o Avvocato o Ingegnere o altro – che ci svelerà le ragioni prime dell’odierna paralisi.
Ho parlato di habitat ma, essendo più abituati all’osservazione del mondo tecnico-meccanico che della Natura organica, per il momento ci aiuteremo con la nota differenza tra hardware e software tratta dall’informatica. Sappiamo tutti che hardware è il sostrato strutturale del computer: componentistica, hard disk, estrattore DVD ecc.; mentre software è ciò che consente al computer, inteso nella sua complessità, di elaborare testi, immagini, suoni: i vari sistemi operativi, i programmi, i linguaggi, gli script ecc.
Utilizzando questa immagine semplice e chiara, che da sùbito divide qualitativamente il mondo sociale in due, iniziamo i primi timidi passi in un modo nuovo di pensare il sociale: un diverso orientamento mentale che ci porterà fuori dalle opache nebbie in cui ci ha fino ad ora imprigionato la paralizzante definizione di “inafferrabile sistema” attribuita alla moderna società civile, per sintetizzarne le mille malattie e disfunzioni. In una prima fondamentale approssimazione, definiamo Hardware sociale: l’uomo come singolo individuo e le tre aree sociali (cultura/diritto/economia); mentre definiamo Software sociale: l’uomo nel ruolo di (Presidente/Dott./Ing./Avv. ecc) e tutto il resto, compresa ogni “bacchetta magica” culturale, politica ed economica – ossia il 99,9% di tutto ciò che ognuno di noi può pensare, o imparare a conoscere dai media, per risanare la società.
Questa suddivisione tutt’altro che scontata per l’analfabeta sociale contemporaneo – dato che l’uomo stesso o se volete lo stesso uomo appare in entrambe le definizioni date sopra, per quanto in modo qualitativamente diverso – racchiude molto di quanto può orientarci oggi nella comprensione delle regole per giocare, da esperti, al tavolo da gioco sociale moderno.
Infatti, se nel tuo computer l’hardware è rotto, nessun software ti può funzionare. Giusto? Nello stesso modo, se l’Hardware sociale è rotto nessun Software sociale può funzionare. È lapalissiano. Ecco chiaramente spiegato nell’essenza come mai nessun uomo quando è Software sociale – ossia in quanto uomo nel ruolo di – può concretamente esserci d’aiuto. Nessun Obama (presente o futuro) nel ruolo di Presidente potrà mai riuscire a risolvere il problema della moderna questione sociale… finché ignoreremo in che modo e in che momento storico sia avvenuta la rottura del nostro Hardware sociale (che ovviamente, in tale stato, non può che impedire il corretto funzionamento di ogni Software sociale: anzi, lo fa continuamente degenerare). Allo stesso tempo, però, da questa iniziale suddivisione qualitativa della società in due campi separati e distinti ci viene fornito un antidoto potente nei confronti di tutti gli scatenati spacciatori di immaginifico, meraviglioso quanto inefficace e inutile Software sociale – il 99,9% delle proposte – i quali, ineffabili, chiedono il nostro voto, i nostri soldi e la nostra libertà in pegno.
Non è affatto banale un esame spassionato di cosa sia l’Hardware sociale moderno, tutt’altro. Considerando in che modo l’uomo in qualità di singolo individuo sia comprensibile solo come elemento strutturale insostituibile dell’Hardware sociale, e come viceversa l’uomo in qualità e nel ruolo di (Presidente/Avv. ecc) sia comprensibile solo come elemento accessorio e intercambiabile del Software sociale – ieri Bush, oggi Obama, domani Palin? – rintracceremo l’unica chiave terapeutica capace di risanare il crescente disagio, sempre più esplosivo, della nostra società.
Con questa, e poche altre nozioni di base, potremo costruirci una social road map che ci servirà per comprendere dove e come si possa fecondamente arrestare e invertire il processo sociale involutivo in atto – non tra venti o cent’anni, come miticamente da presunti esperti e riformatori d’assalto sentiamo favoleggiare in alto loco tutti i giorni, bensì hic et nunc: adesso.

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