Pace filosofica o pace sociale?


Dal concetto astratto alla sua concretezza tangibile

 

Che la nostra società moderna difetti della minima conoscenza di ciò che comportino le dinamiche sociali ognuno può rendersene conto osservandone i risultati concreti.

Indipendentemente dal fatto che agiscano professori, politici o tecnocrati il risultato è sempre triplicemente questo: distruzione del Territorio, scardinamento delle Comunità, involuzione della Persona.

Ma se minimamente ognuno di noi aggiunge alla solita nozione di pace [ossia alle proprie soggettive opinioni, simpatie e inclinazioni] l’attributo “sociale” allora si aprono prospettive diverse: la visione si allarga e i muri dell’irrisione e del sospetto vacillano.Adriano Sofri1

Un’occasione per verificare questo può darla l’interessante riflessione di Adriano Sofri – su La Repubblica di qualche mese fa, dal titolo: “Tregua, quell’assenza di guerra che sostituisce la pace” – stimolata dal continuo aprirsi di nuovi fronti bellici.

Riportiamo di sèguito il suo accorato ma disincantato incipit:

«La tregua e la pace sono due modi per così dire filosofici di immaginare e maneggiare il mondo. Non è detto che siano in successione tra loro, così che la tregua preceda e prepari la pace. Spesso, sempre più spesso, la tregua sostituisce la pace, la rattoppa e si rassegna alla sua assenza. A unire comunque i due termini sta la dipendenza comune dalla guerra. Tregua e pace appaiono i due modi di opporsi alla guerra, e la guerra appare come la tentazione, se non la condizione prevalente della convivenza umana».

Come fotografia del reale odierno – se si pensa a quanto accade sul palcoscenico geopolitico del mondo –tra conati dogmatici (il nuovo Califfato), ideologici (Palestina) e utilitaristici (Ucraina) abbiamo di fronte a noi la panòplia completa dei soli impulsi di guerra e di tregua. Da questa concretezza, difatti, manca la pace.

La pace, per Sofri e molti altri, rimane solo un “modo filosofico” di immaginare il mondo: astratto e lontano dalla realtà concreta. Possiamo perciò chiacchierare filosoficamente della pace, mentre tregua e guerra sono le realtà che viceversa possiamo toccare con mano.

Ora, la riflessione di Sofri è sostanzialmente condivisibile ma a chi pensa tridimensionalmente il socialel’accumunare sullo stesso piano pace filosofica e guerra+tregua concrete… stride.

Se infatti l’analisi è vera – ed è verissima – tuttavia si paragonano per così dire pere filosofiche (la pace)con bulloni concreti (guerra+tregua) e in più, poiché sappiamo che il sociale sano è tridimensionale qui manca il terzo termine tra i due.

Non si nota questa necessità perché da oltre due secoli siamo immersi in una realtà sociale malsana che tende alla strutturazione istituzionale “monodimensionale”. [vedi immagine-sintesi]le tre forme del sistema malato

Possiamo allora uscir fuori da questa comparazione impropria? Come possiamo differenziare oggettivamente pace da guerra+tregua?

Innanzitutto, aggiungendo l’attributo “sociale” alla pace passiamo da un’opinione filosofica soggettivaad una situazione oggettiva e concreta: la “Pace sociale”.

Allora possiamo riepilogare – attraverso la seguente tabella che ormai dovrebbe essere familiare – tutta la serie di passaggi che non solo come vedremo differenziano il posizionamento della “Pace sociale” dal posizionamento di guerra e tregua ma consentono di identificare anche il terzo termine mancante omogeneo a guerra e tregua.

Termine – caratterizzante se stesso e pure guerra e tregua quali momenti progressivi di un processo esteriormente riconoscibile – che tuttavia come gli altri due omogenei non può portare mai alla Pace sociale.

L’oggettività sociale inizia considerando come ciò che chiamiamo nel bene e nel male “sistema sociale” non sia un’opinione soggettiva, ma una realtà oggettivamente sperimentabile nel concreto.

E lo costituiscono le tre dimensioni sociali classiche: Cultura (Scienza, Arte, Religione); Politica(Legislazione, Giurisdizione, Amministrazione); Economia (Produzione, Distribuzione, Consumo).

Le quali a loro volta: seguono tre leggi intrinseche diverse, hanno tre istituti-chiave specifici, tre soggetti e oggetti differenti e infine tre funzioni e tre focus propri e distinti. [vedi tabella riassuntiva]tabella

Se adesso posizioniamo tregua e guerra nella dimensione sociale cui appartengono troviamo che nell’esteriorità oggettiva, per così dire ufficiale, la tregua si posiziona nella colonna dell’Economia.Risponde infatti alla funzione sociale di “utilità”, serve il Mercato e come focus ha il ripristino della circolazione di merci e servizi nel Territorio devastato dalla guerra.

La guerra, invece, si posiziona nella colonna della Politica. Risponde infatti alla funzione sociale di “relazione”, serve lo Stato e come focus ha la definizione di diritti e dovere tra due Comunità in disaccordo tra loro.

Rispetto alla Pace sociale tregua e guerra sono evidentemente espressioni negative di essa: e qual è il terzo termine omogeneo, ossia escludente anch’esso la Pace sociale ma relativo alla colonna della cultura?

Dato che qui il soggetto dimensionale è la Persona, non la Comunità o il Territorio, parliamo del “privilegio” per difendere il quale si è capaci di ogni efferatezza e che da sempre nega il suo concretarsi alla Pace sociale.

Nell’ufficialità esteriore il privilegio si posiziona nella colonna della Cultura: perché risponde [ma distorcendola a fini egoistici], alla funzione sociale di “sviluppo”, serve la Scuola [se pur in senso degenerativo] e come focus ha l’accrescimento di talenti e qualità… dei soli privilegiati. Escludendo tutti gli altri: per dogma, ideologia, interesse corporativo.

E da questa triplice espressione dell’esteriorità oggettiva ufficiale “negatrice” della Pace sociale riverbera nell’interiorità umana lo specifico riflesso parimenti negativo: della tregua è l’interesse, della guerra è l’avversione, del privilegio è l’autoreferenzialità egoistica.

Perciò di Pace sociale non si può proprio parlare: semmai il frutto reale di questa triplicità, esteriore ed interiore, è il costante… disordine sociale.tabella2

Ora tutto questo avviene in un sistema sociale mondiale che è malato perché strutturato monodimensionalmente [vedi immagine-sintesi precedente] ossia in modo da determinare lo squilibrato predominio di una dimensione sociale sulle altre due: per questo motivo non la pace ma il disordine sociale è garantito.

Se viceversa la strutturazione sociale istituzionale consentisse l’equilibrio delle tre dimensioni classiche in senso sanamente tridimensionale, sia l’ufficialità esterna che l’interiorità umana acquisterebbero una colorazione positiva.società tridimensionale equilibrata

Avremmo pertanto la possibilità di non far decadere la guerra in tregua o nell’apparente benefit del privilegio per pochi eletti, bensì di sostituirla nell’unica cartina di tornasole oggettiva rivelatrice della Pace sociale che è la “libertà d’azione del singolo individuo”.

La quale nell’esteriorità ufficiale risponde positivamente alla funzione sociale di “sviluppo”, serve la Scuola e come focus ha l’accrescimento dei propri talenti e qualità. E ad essa corrisponde, come riflesso nell’interiorità umana, la “serenità”.

Serenità che sola è capace di trasformare il conflitto in condivisione e perciò la guerra in collaborazione tra uomo e uomo; nonché l’interesse proprio nell’interesse altrui e perciò la tregua utilitaristica nella reciprocità fraterna. [vedi tabella]tabella3

Da ciò si desume che la Pace sociale è una conquista progressiva che richiede istituzioni adeguate: configurate per promuovere l’altruismo in Economia, la condivisione in Politica e la serenità nella Cultura.

Se pertanto vogliamo la Pace sociale oggettivamente, e non  la pace astrattamente concettuale degli esperti da Bar Filosofia, dev’essere instaurata la Società tridimensionale sana ed equilibrata dei tempi nuovi.

Viceversa ogni tentativo che fa permanere il sistema sociale attuale nella monodimensionalità istituzionale squilibrata e prevaricante o nella bidimensionalità conflittuale non serve la Pace sociale, bensì ii disordine sociale.

Lo abbiamo sperimentato nel riflesso utilitaristico (economico) della tregua, che di solito è solo l’anticamera di una nuova guerra, e nel riflesso relazionale (politico) della guerra: che è soltanto l’anticamera di una nuova tregua o la culla di privilegi elitari socialmente anacronistici.

La Società tridimensionale di inizio terzo millennio è un conseguimento evolutivo da cui apparentemente oggi sembriamo lontani. Ma non è così.

E’ solo questione di rinunciare a quell’analfabetismo sociale istituzionale che ci persèguita dalla fine della Rivoluzione francese e che ci ha inculcato il dogma illusorio che le tre dimensioni sociali si sarebbero equilibrate spontaneamente da se stesse all’interno dello Stato unitario post-rivoluzionario.

Una menzogna alla prova dei fatti… dopo due secoli e passa di tentativi fallimentari per dimostrare il contrario.

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