Ingiustizia è fatta!


La perversa interpretazione della legge

 

La toccante vicenda della giovane, sventurata iraniana, Reyhaneh Jabbari, condannata all’impiccagione per aver ucciso il proprio palestrato stupratore, apre una serie di interrogativi estremamente importanti. Ed è un sintomo preciso che dimostra l’inversione cui è ormai giunta oggi la giurisprudenza.

Di più: la perversione cui è giunto il “giusto diritto” tanto da sancire, come in questo caso, l’ingiustizia più eclatante. E non si può rimanere indifferenti.

Nel suo Faust, Goethe fa pronunciare da Mefistòfele, il diavolo-demonio che ha invitato al patto di sangue il protagonista e che adesso veste i suoi panni orientatori, da Professore Universitario – indirizzate allo Studente che non sa adattarsi a dover studiare Giurisprudenza – queste lapidarie parole:

«Darvene tutti i torti io non potrei. M’è noto come vanno le cose in questa scienza. Al pari di un’eterna malattia, trasmessi per li rami sono in eredità diritti e leggi. Di progenie in progenie, di paese in paese si trascinano. Ed issofatto, ahimé, un assurdo diventa la ragione; tormento il beneficio. Misero te, che unicamente sei l’epigono quaggiù degli avi tuoi».

 

Nell’esempio che apre le nostre considerazioni la Quisas, la legge del taglione che vige nei Paesi islamici, viene fatta rispettare dai giudici: chi morte ha provocato deve morire.

L’aberrazione giuridica per noi occidentali è ben evidente. Specialmente a chi osservi dal punto di vista tridimensionale il sociale, appare lampante come il portare su di un piano letteralmente giurisprudenziale la legge spirituale del Karma – col farla slittare dalla dimensione culturale a quella giuridica – ne produca l’inevitabile degenerazione.

Qui, in questo specifico caso, un assurdo è diventato la ragione: la legittima difesa di una vittima, di questa giovane donna iraniana, deve cedere all’assurdo della morte dell’assalitore.

 

Ora, va osservato che quello che è lampante nel giardino del vicino [l’ingiustizia] non lo è affatto nel proprio perché qui l’elemento emotivo viene… sedato.

Ad esempio, a suo tempo, le migliaia di suicidi per le leggi Monti-Fornero sono parse un insignificante incidente di percorso perché oggetto di un’arida statistica contabile. E non un genocidio sociale, qual è. Peraltro lugubremente annunciato già da un banale anagramma della ditta governativa: “inforno morte”. Nessun giudice nostrano si è mosso.Fornero-Piange-e-Monti-ride.ipg

Possiamo dire infatti che il duo sfasato abbia commesso qualche irregolarità legale? A parte la sorvolabile bazzecola (!) di certi aspetti legati alla violazione dell’irretroattività della legge [con cui sono stati astutamente recuperati circa 5 mld di euro perché ce lo chiedeva l’Europa] i due tecnocrati si sono mossi nell’alveo di una stòlida possibilità legale. Eppure il risultato è eminentemente ingiusto. Ma anche antieconomico [rammentate il balzo in avanti della percentuale del debito pubblico sul PIL, dopo un anno appena di quel governo?] e immorale, disumano se volessimo dirla tutta.

 

Se però richiamassimo l’allegoria dello stupro, dei governanti sui sudditi, forse apparirebbe in una diversa luce la valutazione del loro operato. Ad esempio nei confronti dei 350.000 “esodati”? Oppure nei confronti dei milioni di “pensionandi” rimandati alle calende greche del si fa credito… domani?

Essendo così tanti, la gravità della violenza commessa dai governanti e tutelata da leggi ingiuste, che non difendono più il Cittadino, non appare di prim’acchito perché viene troppo diluita rispetto al concentrato individuale.

 

Forse l’allegoria dello stupro sarà più facile coglierla nel rapporto tra Fisco e Contribuente. È evidente come dalla crescente, inarrestabile, continua vessazione del Fisco italiano sempre più Contribuenti cerchino di difendersi non pagando le tasse, anche perché sopravvivono a stento e non vivono bene in questo sistema malato perché “strutturalmente monodimensionale”.

E per reazione il Governo deve arrabattarsi a introdurne di creative e di nuove: meglio se con il fissan. Meglio se con il gioco delle tre carte. Meglio se con una mano dà e con le altre cinque se lo riprende con gli interessi. Nessun giudice si è mosso.

In proposito, sembra quasi di sentire le esemplari parole di Reyhaneh, che leggeremo tra poco: «Quanto è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici!».

Rammentiamo sempre che se il Fisco richiede a Persone ed Imprese più del 13% del proprio reddito [lo abbiamo evidenziato più volte: così è dal punto di vista “strutturale tridimensionale”] questo non è il segnale che con quel sorriso il Fisco può chiedere ciò che vuole, ma è il segnale che il sistema sociale è allo sbando “strutturale”.

Il sistema è promotore di antisocialità, di chaos sociale, di predazione fiscale autoimmune: come Kronos divora i suoi figli-Cittadini.

Tuttavia: “Così uccidi il Fisco” si lamentano i Giudici. Pur riconoscendo che è un tantinello vessatorio, trovano lo stesso nei codici le ragioni per dichiarare colpevole il suddito violato e non l’Istituzione malata. Così condannano la vittima, il Contribuente-violentato, e non l’istigatore, il Fisco-stupratore e i suoi tecnocrati mandanti.

 

Restando nell’allegoria è evidente che non sono da far suicidare i Contribuenti con le cartelle pazze del Fisco [rammentiamo che è successo anche questo, così come la richiesta di 1 centesimo], bensì dovrebbe essere la burocrazia fiscale [e non solo quella, ma tutti gli aspetti della giurassica burocrazia contemporanea con i suoi malsani privilegi] ad essere giuridicamente decapitata.

Ora va compreso che il punto di vista tridimensionale sociale è tutto meno che comodo: non prende partito né parte. Vive dell’oggettività sociale e pertanto non richiede l’assunzione di una soggettiva responsabilità sociale singola (dell’individuo) bensì ne richiede tre: individuale, collegiale, territoriale.

Delle tre la primigenia assunzione, la più importante da enucleare, è quella “individuale”: che direttamente ed indirettamente partecipa di tutte e tre le fattispecie di responsabilità sociale sopra indicate. Quella “collegiale”, invece, può allargarsi a partecipare solo di quella territoriale, ma non di quella individuale. Quella “territoriale”, poi, partecipa solo di se sessa (non della responsabilità collegiale né di quella individuale).

 

Solo quando si è individualmente espressione della prima responsabilità – quando per così dire e fino ad un certo grado si è consapevoli che tutto ciò che ci accade è anche nostra diretta responsabilità [dunque lo è, nostra, anche il tecnocratico uno-due fiscale sotto la cintura sociale Monti-Fornero] e non è esclusivamente colpa degli altri – soltanto allora si può cominciare ad afferrare con cognizione di causa in che consista la responsabilità collegiale (di gruppo, di casta, di partito, di classe ecc.) e quella territoriale (legata agli usi e costumi di quel particolare territorio). Avremo modo di parlarne ancora.

In tal senso colpisce tantissimo la lettera inviata dalla ventiseienne Reyhaneh alla madre: un vero e proprio testamento spirituale. Ed è davvero degno di grande ammirazione come non si sottragga alla sua responsabilità individuale, come accetti le regole della Qisas.

E proprio per questo, nella lettera inviata alla madre Sholeh di cui stralciamo alcuni paragrafi da Huffington Post, Reyhaneh può legittimamente ergersi, Lei, a giudice morale rispetto alla mancata assunzione di responsabilità dei Giudici di ruolo che l’hanno ingiustamente condannata: tradendo la funzione ricoperta, che non è quella di essere meri bancomat del diritto, sostituibili da macchine digitali.

Notate bene: sono parole serene quelle di Reyhaneh, parole delle quali va colta la ieraticità (non vi è brama di vendetta). Un testamento spirituale che sicuramente lavorerà dall’alto dello spirito e ispirerà certamente l’evoluzione giuridico-religiosa del suo Paese, di quella Comunità, di quel Territorio:

 

«Cara Madre, oggi ho appreso che è il mio turno di affrontare la Qisas. (…) Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e per imparare la lezione, e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte si deve lottare. (…) Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. (…) Quanto è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici!

 

(…) nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari.

(…) Cara Mamma non piangere per quello che stai sentendo. (…) Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molte parole scritte a mano come mia eredità. (…) Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso e abbraccio la morte. Perché di fronte al Tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno mai cessato di minacciarmi. Nel Tribunale del Creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male e hanno calpestato i miei diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.

Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’altro mondo siamo tu e io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene. Reyhaneh».

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